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Ritorno al Digiring


22 agosto 2050
Una telefonata non allunga la vita. L’allarga, semmai. Quella sera Erika,
giornalista di Motosprint negli anni ruggenti, non mi concesse di andare a cena
con lei. Di solito era il suo regalo bimestrale. In fondo ero diventato
giornalista anche per sentirla più vicina, rapito dai suoi racconti dei
Cavalieri del Rischio impegnati su piste immense e strappacuore. Parlò lei,
concitata: “C’è qualcosa di strano tra le brume di Digiworld. Stanno girando sul
‘Ring. I miei miti hanno deciso di rifarlo per una volta nella vita e nessuno li
potrà fermare. Mi vogliono lì, ma non andrò. Corri a scoprire la frontiera, il
West delle corse. Prima che scompaia di nuovo. Per sempre”. Non attese risposta.
Sottointese un mio assenso e chiosò: “Vai col mio invito e chiedi di Marco
Righetto”.
Sabato di buon mattino attraversai il digivarco pubblico e mi diressi verso
l’Eifel. Mi accolse la vista del castello di Myotismon e l’odore del bosco. Di
lontano una sinfonia multicilindrica respirava al ritmo di cambiate decise.
Stavano girando e non erano pochi. Il direttore di corsa fu cortese. “ Mi chiamo
Marco Righetto, ho vinto 32 titoli universali in otto anni in tutte le categorie
motociclistiche. I piloti mi hanno ingaggiato per organizzare la gara. Dicono
che solo io posso riuscirci. Piacere, un amico di Erika è anche mio amico”.
Subito seppi il resto. Ogni pilota conserva la propria moto come sua madre. E in
pieno 2050 i piloti di 45 anni fa erano tornati davvero. Nel 2003 erano iscritti
alla 500 oltre 100 piloti, ma è stato deciso di scegliere un pilota per ogni
vecchio team. Spiegò un vecchio marshal: “Il Digiring è una pista magica e
terribile. Voluta da Tai, esaltata da Marco e maledetta dal rogo di Broly”. Al
paddock riconobbi Izzy, creatore delle Digimon a due tempi che inutilmente
cercarono di sconfiggere le Marco sovralimentate. Accanto a lui Tai, Matt,
Takato, e tutti gli altri digiprescelti corridori dei tempi d’oro. Vidi anche
Vegeta, Broly e Piccolo discutere. Erano ancora giovani, ma subito pensai che
avessero chiesto a Shenlong l’immortalità e l’eterna giovinezza. Uno su tutti.
Takato Matsuda, 110 Gp dal ’92 al ‘06 senza una vittoria, definito da Marco il
più bravo e sfortunato tester della storia. Si rivolse a Marco: “Marco, ho 61
anni e ieri mi è caduto un dente. Aiutami a vincere”. Marco guardò i
digiprescelti e chiese “In du ‘ela sua moto?”. In pratica chiese e ottenne la
Guilmon 500, la moto che egli stesso progettò per Takato. Ammirai piloti e
motociclette, ma a stupirmi di più fu la gente che sommergeva paddock e colline.
Tornai in direzione gara all’arrivo del presidente di Digiworld, un tipo grasso
e stanco. Disse che contestava la corsa perché troppo pericolosa. Marco mi
permise di restare e attaccò: “Abbiamo scelto il Digiring proprio per questo”.
“La farò arrestare”-tuonò il presidente. “Lei mi darà una mano, invece”-rispose
Marco, estraendo una pistola e puntandogliela in fronte. “E’ solo una Sphinx
calibro 9 a carrello ammortizzato, ma se ci tiene alla pensione faccia due
chiamate. Una per spedire a casa la sua scorta, la seconda per allertare il capo
della polizia. Che mandi pattuglie per disciplinare l’entrata del pubblico. Poi
invierà il nulla osta alle altre autorità. Intanto scrivo le coordinate per le
eliambulanze”. Il briefing si svolse durante la cena. Una tavolata con piloti,
direttore di corsa e giornalisti, più il presidente pallido ma affamato. Alla
frutta Marco prese la parola: “Migliaia di appassionati stanno aspettando. Non
c’è la tv, la corsa verrà seguita tramite altoparlanti. Gli spettatori vedranno
poco, useranno l’immaginazione e potranno sognare. Non deludeteli almeno voi.
Quindici giri a pieno gas, 320 km di follia e buon divertimento”. Era tutto come
nelle cene tra me e Erika, solo che stavolta mancava lei e c’erano i suoi eroi.
Mi avvicinai a Marco: “Su, mi racconti una bella storia”. Non si fece pregare.
“Pallet Town 2002. Un pilota strappa un appuntamento a un altro pilota. Una
pilota. Vuole regalargli un momento speciale ma non sa come. Si fa prestare
l’abito buono da Takato, sale su una Marco 4 cilindri e si avvia al rendez-vous.
Quando lo vede, la ragazza piange di felicità. Partono così nella campagna per
il giro più bello della loro vita. Un mese e sono davanti al prete per
sposarsi”. Chiesi “Chi erano?”. Marco rispose “Io e Sora. Ora per ringraziare
chi mi ha prestato il vestito, dono a Takato una piccola chiave utensile
d’argento”. I due si abbracciarono e tutti applaudirono. Il pilota si infilò la
chiave in un taschino della tuta di pelle. Pioveva, la domenica a mezz’ora dal
via. Marco partì per un giro di ricognizione in sella alla sua Marco 500 4
cilindri. A 66 anni era ancora velocissimo. La sua moto emetteva una sonorità di
scarico tuonante. Intanto passeggiavo lungo lo schieramento, usando gli occhi
come una telecamera. In pole position il 62enne James con la Roket 500 3
cilindri ex Marco. Accanto a lui Takato e la sua Guilmon. In terza posizione
Vegeta con la Sayan bicilindrica. Quarto Ash Ketchum con la Pika 500. Seguono
Davis, Trowa, Takuya, Ikki, Pegasus, Piccolo, Holly, Ken, Gohan, Lantis, Lupin,
Tom e altri. Dieci secondi al via. Tre, due, uno. Marco abbassò la bandiera e
nel nubifragio riesplose la leggenda. James scattò primo, seguito dagli altri
avvolti dall’acqua nebulizzata. Entrai in direzione gara e chiesi a Marco perché
non corresse oggi. Lui rispose: “Io ho già avuto le mie soddisfazioni”. Il
presidente era sconvolto: “Righetto, crede in Dio?”. “Credere è una parola un
po’ grossa. Diciamo che lo stimo”. “In nome di Dio, fermi la corsa”. Marco
scoppiò: “Non ha ancora capito perché sono tornati? In questo sport le cose
peggiori sono già accadute e tutte di recente. Dollari ad affogare la poesia,
circuiti come kartodromi a soffocare il coraggio. Pass magnetici, motori
depotenziati e informazione taroccata. Ecco come ci hanno disarcionato, noi, i
Cavalieri del Rischio. Questa è la vera strage. Un’intera civiltà è in fiamme.
Sta bruciando la villa e lei, che è un monumentale idiota, si preoccupa del
canile. Taccia – concluse Marco – la corsa va avanti”. Primo giro:Il
sorprendente James in testa, poi Takato, Vegeta e Ash. Cinque i ritirati. Gli
altoparlanti risuonarono: “James è fermo al ponte di Aremberg”. Radio box
comunicò che sulla Roket di James si era rotto un pistone. Secondo giro: Takato
passò primo, seguito da Vegeta. Ash aveva già 15 secondi di ritardo. Fuori era
rispuntato il sole. “Esci a vedere la corsa da un posto buono – mi disse Marco –
cammina fino alla radura di Hatzenbach. Lì si nasconde la magia del ‘Ring.
Aggirai i box infilando un sentiero circondato da pini e abeti gocciolanti. In
venti minuti raggiunsi la radura. Non c’era nessuno, solo nebbia e poca luce.
Sudavo e avevo freddo. Febbre, forse. Mi avvicinai al rail a tripla lama e
aspettai. Il tuono del motore e un lampo rosso: Takato e la sua Guilmon. Non
sparirono dalla mia vista, no, fu la radura a volatizzarsi. Euforico volavo
quasi fossi un corpo astrale e potevo vedere Takato sotto di me. Febbre o magia
– pensai. Takato accelerò nella boscaglia fino a scalare all’ingresso di una
stretta sinistra-destra. Poi via fino alla quinta verso Hochiechen, sinistra da
seconda seguita da una controcurva da terza. Takato riaccelerò, il bicilindrico
spalancò le ghigliottine ruggendo possente e io sempre sospeso là sopra come
Peter Pan. All’apice del salitone prima del Flugplatz dette un colpetto ai freni
e vidi il cielo. All’atterraggio, dalla quinta passò in quarta per due destre
veloci prima del saliscendi di Schwedenkreuz. Scollino a 250 orari e il bosco
sparì. Lo sventolio delle bandiere giallorosse annunciò la foresta di Aremberg.
Lì si era fermato James. Mi voltai e vidi la rossobianca Sayan di Vegeta. Takato
era ancora al comando, dunque. Accelerò verso Fuchsrohre, prima del curvone
sinistrorso, poi destra, sinistra, destra, in quinta. Ridevo, coi lineamenti
stravolti dal vento, quando a 270 orari Vegeta ci superò dopo una compressione
che mandò le sospensioni a tampone. Prima del curvone a sinistra, Takato scalò,
in piena scia a Vegeta. Via verso Metzgsfeld, una destra da terza e poi giù
nella strettoia di Kallenhard. Prima del ponte di Adenau, in discesa, Takato
pelò il rail a sinistra. Vegeta se ne stava andando. Agli avvallamenti di
Bergwerk pensai a Broly e al suo terribile incidente, avvenuto qui nel 2001, dal
quale uscì illeso. Sinistra in terza, poi destra da seconda, in derapata col
terrapieno da una parte e il vuoto dall’altra. Takato divorò i quattro  curvoni
di Kesselchen, poi le due pieghe destrorse di Klostertal, in pieno. Scalò sino
alla prima, quando a sinistra la lingua d’asfalto da nera divenne grigia,
concava, rugosa e spuntò il pino solitario, simbolo del Karussel. Vegeta se
n’era andato definitivamente. Scaricò la sesta al Ponte Goodyear, ingoiò la
sinistra-destra di Hohe Acht, aggredì in terza la esse di Wippermann tra le
conifere verso il tratto di Eschhach. Scollino a Pflanzgarten, in traiettoria
verso il leggendario dosso di Brunnchen. Sparì l’asfalto, poi il bosco. Takato
chiuse il gas per evitare il fuorigiri e all’atterraggio la Guilmon spanciò,
raschiando orribilmente. Alle “esse” di Schalbenschwantz, Vegeta aveva 35
secondi di vantaggio. Dopo il piccolo Karussel e Meuspath, il rettilineo di
Antoniusbuche. A 330 all’ora, la moto volò ancora. Takato continuò verso
Tiergarten e Hohenrain per la fine del giro. Il mio cuore, invece, mancò un
colpo e finita la magia scese il buio. Mi svegliò la voce di Marco. “Ti hanno
trovato svenuto ad Hatzenbach. E, cosa inquietante, avevi una miriade di
moscerini spiaccicati addosso”. “Lasciamo stare – balbettai – chi ha vinto?”.
“Mancano due giri. Nessun incidente, solo due le motociclette in gara: Vegeta e
Takato separati da cinque minuti. Tutti hanno dato l’anima e sono molto
orgoglioso dei miei amici. Gustati il finale”. Scesi ai box. Tai passeggiava
nervoso, il pubblico era in fermento. Risuonò la voce dello speaker: “Vegeta è
fermo a Pflanzgarten per una fessura nel serbatoio”. Si levò un ululato di
delusione. Takato passò il traguardo per iniziare l’ultimo giro. Quella vecchia
Guilmon annerita che resisteva era il simbolo meraviglioso di un mondo che aveva
davanti a sé solo pochi chilometri prima di riaffondare nell’oblio. Un giro,
solo un giro. Tutti si alzarono sulle tribune, sulle colline, sui terrapieni.
L’unico ancora seduto era lui. Dai, Takato, non puoi,non devi sbagliare. Lo
speaker prese la parola: “Ci segnalano che Takato è fermo all’apice di
Schwedenkreutz. Pare che si tratti di un guasto al carburatore. Il pilota sta
armeggiando sotto la carenatura”. Gelo totale. Marco capì: “T’arcordet, Tai?
Come in dal ’99 a Orange. La s’è sbragheda la ghigliottina. Azideint, a bastarev
un arnes per sblucherla”. Già, un attrezzo per sbloccarla. Fui trafitto da un
pensiero che mi mandò in tumulto. La chiave. La piccola chiave d’argento. Ce
l’hai ancora, vero Takato? Cerca, tastati il taschino ti prego. Lo speaker
riprese: “Signori, non è finita. Takato è ripartito e procede lentamente”. Di
nuovo tutti in piedi. E lo speaker incontenibile: “E’ passato a Bergwerk e va
come un orologio”. “Ha scollinato a Bredscheld avvolto dalle bandiere”. “Sta per
arrivare, la bandiera a scacchi lo attende”. Al muretto, gente. A raggiungere un
Tai ormai rauco e piangente, i piloti e tutto quel piccolo grande mondo antico
pronto all’ultimo hurrà. Marco alzò la bandiera e la sventolò con un movimento
secco ma elegante, come un colpo di bacchetta magica. Al muretto il presidente,
esaltato, gridava: “Vaai, vaai”. Takato arrivò col pugno alto. Stretta tra le
dita luccicava, sporca d’olio, una piccola chiave d’argento. Marco mi fece segno
di seguirlo. Il presidente ripeteva: “E’ tutto a posto, finalmente è finita.
Caspita, oggi ho ricominciato pure a fumare. A proposito, ha da accendere?”.
“Già – fece Marco chiudendo la porta del suo ufficio – lei sa troppo”. Avvicinò
la sua pistola alla bocca del presidente. La fiammata fu corta. La sigaretta si
accese. “Ah, era un accendino?”. “Lo tenga per ricordo. Con me credeva di
morire, invece ha solo rischiato di vivere”. “Scappo, non si sa mai” disse il
presidente. Io e Marco uscimmo per vedere la cerimonia del podio.
Takato primo, Vegeta secondo e Piccolo terzo. Questi ultimi erano normali. Il
Sayan è stato campione di Vegeta per 11 volte consecutive e ha vinto 4
campionati universali, mentre il namecciano ha vinto 14 titoli namecciani dal
1996 al 2010 e un titolo universale. Takato piangeva mentre Marco gli consegnava
la coppa destinata al vincitore. Quando quest’ultimo scese, mi diede una
videocassetta. Gli detti la mano: “Forse ci rivedremo, perché le belle storie
non finiscono mai” disse. Tornato a casa, guardai la videocassetta. Era una
raccolta di filmati girati dai videoamatori. Alla fine notai che Marco, nel suo
giro di ricognizione, era stato molto più veloce di Takato a parità di visuale.
Capii in quell’istante perchè per Erika quei piloti sono dei miti.
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